FILM EROTICI
Tra Elizabeth,bellissima mercante d’arte e John, agente di borsa,esplode una passione travolgente senza limiti né misure che rischia di metterne in pericolo la salute psicologica.
Non può durare più di 9 settimane e ½. Girato a ritmo frenetico, immagini ricercate e patinate secondo i canoni della pubblicità postmoderna,colonna sonora accattivante: un interminabile spot pubblicitario che tenta di vendere il prodotto sesso.
Il celeberrimo spogliarello di K. Basinger si svolge sulle note della canzone di “You Can Leave Your Hat On”.
La Madame de Saint Ange è stata incaricata dal duca di Mistival di occuparsi dell’educazione sentimentale della virginale figlia Eugénie.
La Madame è assai attratta dalla ragazzina ma, contemporaneamente, ha architettato il modo di sedurre anche il marchese di Dolmancé filosofo, famoso per la sua intelligenza e il suo fascino, ma omosessuale.
Madame vuole cogliere due piccioni con una fava: educare (in senso settecentesco: nei costumi, nella conoscenza filosofica, nella vita sessuale) Eugénie, e con l’occasione sedurre il marchese assegnando a lui l’incarico di presiedere la sezione culturale della formazione della ragazza.
Questo è l’inizio dell’ultimo film di Aurelio Grimaldi del quale si può solo dire che “c’era una volta”. C’era una volta un regista che con “La ribelle” scopriva un’acerba ed intensa Penelope Cruz e con “Le buttane” e “La discesa di Aclà a Floristella” tracciava un ritratto scabro ed efficace di un mondo che preferiamo non conoscere. C’era anche uno scrittore in grado di offrire un soggetto di qualità come quello di “Mery per sempre”.
Purtroppo oggi c’è un regista che vorrebbe essere un pornografo ma non ne ha il coraggio fino in fondo.
Peccato che gli attori capaci siano necessari soprattutto davanti alla macchina da presa. Bisognerebbe anche saper recitare.
Da un romanzo di Junichiro Tanizaki già portato sullo schermo da Kon Ichikawa nel 59, Tinto Brass ha conservato l’impianto (la morbosa e funesta passione di un anziano per una moglie più giovane di lui), la struttura a quartetto (marito, moglie, figlia e il di lei ragazzo), la trovata centrale (i diari che marito e moglie scrivono, non ignorando che l’uno leggerà quel che l’altro ha scritto), il motivo della gelosia come corroborante erotico, trasferendo l’azione a Venezia all’inizio degli anni 40.
Con dolosa premeditazione il regista ha rivisto storia e personaggi trascinandoli nel grottesco, I 2 giovani recitano ignominiosamente; pur con la voce inadatta di Paolo Bonacelli, F. Finlay se la cava, mentre, quando non deretaneggia e sta zitta, Stefania Sandrelli ha qualche momento di quasi decenza!
La storia è nota: Marta, è la giovane e naturalmente insoddisfatta sposa di Dario.
Lui un, piccolo editore milanese, molto rampante in società, poco efficiente a letto;
l’altro, Leon, è francese e poi disegnatore, fotografo e ancora artista del piacere.
Dario, troppo occupato dietro ai suoi piccoli scrittori in mostra al Festivaletteratura di Mantova, non si accorge dei turbamenti della moglie, che pensa bene di far passare il tempo e le voglie tra gli affreschi “carnali” di Giulio Romano.
Ma galeotto sarà il suo Giove in erezione sotto la cui volta si incontreranno e si “ameranno” ripetutamente i due amanti.
Neanche a dirlo Leon, l’innamorato d’oltralpe, si inventerà per Marta epifanie (nel senso di rivelazioni) sensuali consumabili nei bagni di umide locande come sui tavoli di ristoranti lagunari. E dopo aver molto e allegramente peccato, l’ardente mogliettina otterrà le attenzioni finalmente appassionate del marito, come dire che il tradimento migliora le performance degli uomini, o almeno quelle dei consorti.
Sorrisi lascivi, orgasmi multipli, urla al colmo della riconoscenza, insomma niente di nuovo sul fronte-set di Brass, grande escluso (dice lui) alla sessantaduesima mostra veneziana. E mentre il festival attende di sdoganarlo,in Italia si intende,Tinto Brass all’estero è una vera celebrità, gli spettatori, almeno quelli meno bacchettoni, potranno godere in sala dei “quarti di nobiltà” che mancano al film per sedere alla tavola delle operette italiane politically correct.
Girato in digitale e scoperto il talento, di Anna Jimskaya,il regista veneziano ha solo il difetto o il pregio, di pensare che la vita sia tutta lì…
Il signor Martin è un ottimo professore di filosofia che incontra un pittore di notte.
Costui, poco prima di morire , gli regala un quadro.
Conoscerà anche Cécilia la modella. Da questo momento le procaci forme della ragazza diventano il territorio da contendere al fantasma del pittore e all’amico di lei.
I rapporti sessuali si susseguono ai rapporti con freddezza, passione e regolarità. L’uomo conoscerà tutti gli aspetti della sessualità, anche quelli più bassi.
Moravia è portato sullo schermo con rispetto per la sua scrittura e per il suo universo letterario, davvero vasto.
Siamo nel marzo 1945. Asolo.
Livia Mazzoni, moglie di un gerarca fascista, deve raggiungere a Venezia Helmut Schultz, un SS tanto perverso quanto attraente che è diventato il suo amante. Nel corso del viaggio la donna ripensa al suo cedimento nei confronti di una sensualità sempre più morbosa.
La stessa città che l’attende vive giorni di corruzione diffusa. Senso ‘45, ovvero il tentativo di rifarsi una verginità da parte di Tinto Brass. Perché Brass sa fare cinema ma negli ultimi decenni ha preferito fare soldi. Quando si è accorto di incassare meno è tornato sui suoi passi. Non nel senso del sesso (che non può mancare) ma in quello della ricercatezza formale e della recitazione.
Così questa volta abbiamo Morricone alla colonna sonora e non più un’anatomia da scoprire ma un’Attrice che (come la Sandrelli de La chiave) sa osare.
Se ci aggiungiamo un bel topone da calendario come Garko il gioco è (o meglio sembra) già fatto.
E’ oramai l’ultimo giorno di scuola prima delle tanto attese vacanze è Melissa (giovane ragazza di 15 anni) si masturba pensando a un ragazzo…Daniele, a cui è molto interessata ma che da lei non vorrà mai altro che prestazioni sessuali.
Al rientro dopo l’estate la sua vita prosegue come sempre con un padre lontano per lavoro, una madre distratta e una nonna che, unica, si occupa di lei. Ma la ragazzina ha ormai deciso di concedersi ai maschi convinta che sia l’unico modo per dominarli meglio e poterli disprezzare. Solo il dolore profondo potrà far riaffiorare i sentimenti.
“Cento colpi di spazzola” scritto dall’allora incognita Melissa P. è stato, nel suo piccolo, un best seller della letteratura erotica. Ha soprattutto attratto l’attenzione dei mass media pronti a fingere di scandalizzarsi per le imprese sessuali di una adolescente in bilico tra l’invenzione e la realtà. Francesca Neri, indossate le vesti di produttrice, ha fiutato l’opportunità di un incasso mordi e fuggi offrendo l’incarico della confezione a Luca Guadagnino e (alla sceneggiatura) a una scrittrice navigata come Barbara Alberti. La quale però si trova ad affrontare una sequela di stereotipi che vanno dai genitori diversamente assenti alla nonna che tocca l’apice della drammaticità del proprio percorso su questa terra proprio mentre la nipote è al fondo del degrado. Il disagio adolescenziale non è solo maschile nella società contemporanea e le cronache ce lo mostrano quotidianamente. Il problema è che in questo film, che corre verso una sorta di redenzione posticcia, ci sono troppi ammiccamenti allo spettatore per pensare a una sincera voglia di leggere, con il mezzo cinematografico, il fenomeno.
Resta solamente una triste serie di sequenze semihard che avrebbero potuto(e sarebbe bastato davvero poco)dirci qualcosa di davvero sincero sul confuso modo di avvicinarsi al sesso di una parte (forse non così esigua come ci piacerebbe che fosse) dei giovani d’oggi.
“Gola profonda, ribattezzato recentemente “LA VERA GOLA PROFONDA” (Deep Throat-1972) , offre oggi l’occasione per comprendere come la pornografia sia talvolta preferibile alla violenza. In realtà l’autore Gerard Damiano, che si firmava Jerry Gerard, ha soltanto saputo cogliere, più o meno consapevolmente, un fenomeno sociale che a partire dal 68 si presentava come sinonimo di libertà. Gli anni 70 hanno mostrato sessualmente tutto quello che c’era da mostrare, sperimentare, fino al brusco risveglio causato dalla morte per aids di Rock Hudson nel 1984.
Resta un certo umorismo di fondo e la sdrammatizzazione di un rituale ripetitivo fino all’ossessione: i film porno di allora erano noiosi e rozzi.
Oggi l’industria dell’hard core è in declino a causa dello sfruttamento ossessivo e del mutamento nella scala dei rapporti tra le coppie, mai così inibite come ai nostri giorni, specie nelle nuove generazioni, incolpevoli e semmai soltanto vittime. “La vera gola profonda” è la testimonianza dell’abbuffata di sesso e politica che ci siamo sorbiti in quegli anni, dei quali non resta che questo filmetto simpatico, con un’idea centrale che non sembra possedere risvolti metaforici, una donna scopre di avere il clitoride in gola, salvo che non si voglia ravvisare in questa favoletta sconcia l’idea che il sesso si annida nei luoghi più impensati smascherando la nostra fragilità. Va ricordato che la protagonista Linda Lovelace è scomparsa recentemente e che a cinquant’anni ha tentato di riciclarsi come pop star.
Quanto al suo partner Harry Reems, conobbe anche la galera, a causa del film, così come il regista.
“LA VERA GOLA PROFONDA” ha comunque il valore di un prezioso reperto storico di un’epoca felice ed al contempo tristemente drammatica!